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Dalila Spiteri, la tennista licatese intervistata da Tennis Sicilia

Dalila al Palermo Ladies Open

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Dalila Spiteri, la tennista licatese intervistata da Tennis Sicilia

TennisSicilia ha intervistato Dalila Spiteri (Licata, 24/04/1997), tennista siciliana attualmente al numero 585 delle classifiche WTA. La licatese ci ha raccontato del suo momento di forma, dei suoi obiettivi futuri e delle sue perplessità sulla gestione del tennis femminile durante la pandemia. In ogni caso, senza perdere mai il sorriso sulle labbra.

 

Antonio Cefalù: Settimana scorsa eri in Grecia, ma hai dovuto abbandonare il torneo ITF di Heraklion per infortunio. Adesso dove sei e come stai?
Dalila Spiteri: Sono a Licata, qui ho il mio fisioterapista di fiducia. Purtroppo nel secondo torneo, mentre giocavo, mi ha iniziato a far male l’addome. Quella partita l’ho vinta, ma il giorno dopo non potevo alzare nemmeno il braccio. Un leggero stiramento, ma mi sono dovuta ritirare.

 

AC: E quando pensi di poter tornare a giocare?
DS: Tornei non ce ne sono, quindi non c’è problema (ride, ndr). Però non è niente di grave.

 

AC: Prima di questo stop, però, sempre ad Heraklion avevi fatto semifinale nel singolo e finale di doppio. Più contenta di essere andata così avanti o più rammaricata di esserti fermata a così poco dalla meta?
DS: No, sono contenta. Ho fatto un bellissimo torneo e sono contenta di come ho giocato. Il rammarico è aver giocato quarti e semifinale del singolo lo stesso giorno mentre mi portavo dietro un infortunio. Però affrontavo un’ottima avversaria (Andreea Rosca, ndr) e nonostante tutto me la sono giocata. Poi quest’anno è tutto complicato perché di partite se ne fanno pochissime. Uno fa tanti allenamenti, ma è molto diverso allenarsi dal fare un torneo, soprattutto se non hai un obiettivo vicino. Siamo tornati a inizio anno: pronti via, tre tornei e ci hanno sospeso, poi altri tre tornei e ci hanno sospeso, ora uno e mezzo e siamo tutti a casa…

 

 

AC: Quindi sulla tua agenda il tuo prossimo appuntamento tennistico non c’è ancora.
DS: Proprio oggi ci siamo guardati col maestro e ci siamo detti: “finita la Grecia, che facciamo? Iniziamo la preparazione invernale?”. Siamo a novembre, fino a febbraio non ci sono tornei: possiamo fare quattro mesi di preparazione?

AC: La coppia di doppio con Melania Delai invece come nasce?
DS: Ci vedevamo in giro, nei tornei. Poi ci siamo contattate e ci siamo dette di fare tutti i tornei in Grecia insieme. Anche se alla fine ne abbiamo potuti fare solo due.

 

AC: Della Delai si parla molto bene. In lei vedi un grande futuro?
DS: Lo vedo perché è una ragazza molto forte mentalmente: ha tanta pressione addosso che gli arriva dalla gente che dice che diventerà forte, ma lei non li ascolta, entra in campo e di quello che dicono non gliene frega niente. Questa è la sua forza. Con tutte le aspettative che hanno creato su di lei, se fosse una normale avrebbe già smesso. Poi ovviamente gioca bene a tennis, ma di testa è fortissima.

 

 

AC: Ultimamente si è parlato molto della gestione della pandemia nei grandi tornei, fra bolle e tamponi continui. In un circuito minore ma comunque importante come l’ITF quali erano i protocolli?
DS: Opinione personale: si vedeva troppo che fossimo di seconda fascia. Ovviamente gli organizzatori cercavano in tutti i modi di far rispettare le regole, ma era paragonabile a quando vai al bar e ti danno l’igienizzante. Il più bravo di tutti è stato l’organizzatore di Trieste, Tarvisio e Grado, per il resto eravamo lasciate un po’ allo sbaraglio. Era tutto un po’ controsenso: tra di noi c’era paura, ma alla fine per risparmiare dovevi prenderti una camera tripla; tutta la giornata separati per la paura l’una dell’altra, poi entri nello spogliatoio, le docce sono solo tre e che fai? Non ti lavi? (Ride, ndr). Però poi entravi in campo e l’arbitro ti rimproverava se poco poco sfioravi la panchina dell’altro, se non igienizzavi le mani al cambio campo… Invece nei WTA erano tutti super controllati, com’è giusto che sia. È chiaro che in quel caso parliamo di professionisti, ma se parliamo di vite umane siamo tutti uguali.

AC: E il lockdown come l’hai vissuto?
DS: Quando si pensava a livello economico… (ride, ndr) Le spese continuavano ad esserci ma le entrate erano nulle e il primo montepremi lo vedevi lontanissimo. È chiaro che quando uno va al torneo spende di più, però migliora. Poi ti allenavi, sì, ma per quale obiettivo? A livello personale, però, mi è andata bene, perché è da tanti anni che vivo fuori casa e non sono stata mai così tanto tempo con la mia famiglia.

 

AC: Da quanto sei fuorisede?
DS: Dal 2013. Sono andata a Reggio Calabria, all’accademia, poi sei anni a Roma. Al Country (Palermo, ndr) sono arrivata a dicembre 2019, dopo una fascite plantare curata male che mi sono portata dietro per sette mesi. A pensarci nel 2020, quello è stato un anno favoloso, ma in periodo normale direi che è stato un anno schifoso (ride, ndr). In quel periodo un po’ così mi sono guardata intorno per cercare un nuovo maestro e Cinà… è Cinà! Quando si è presentata l’occasione non ci ho pensato due volte.

 

AC: Che bilancio fai di questo 2020? Hai portato a casa un altro titolo dopo diversi anni…
DS: Nonostante abbiamo giocato poche partite, io ho fatto tante vittorie. Quindi sono stracontenta… almeno, quel poco che ho fatto l’ho fatto bene!

 

 

 

AC: Però sei lontana dal tuo best ranking. Per te che valore ha la posizione in classifica?
DS: Quando sei fuori dai primi 200 posti cambia poco, perché i tornei sono sempre quelli e i guadagni non ci sono. Detta in modo grezzo, che tu sia 800 o 300, non sei comunque nessuno (ride, ndr). Se sei 200-250, già inizia a cambiare; se sei 150 ancora diverso. [Il ranking] mi era pesato un poco ad inizio anno, perché dopo essere stata così tanto tempo senza giocare ero scesa molto in classifica, quindi era difficile entrare ai tornei. Però, in generale, non mi importa la classifica. Quello che sì è importante per me è la categoria, fare un salto oltre i tornei da 15.000. Quest’anno ne ho vinto uno, ho fatto semifinali, quarti e la mia classifica è sempre questa. Proprio questo dicevamo col mio maestro: “va bene farli adesso, ma in un anno, un anno e mezzo te ne vai”.

 

AC: Quindi l’obiettivo del 2021 è uscire dal limbo dei 15.000?
DS: Sì. È proprio un limbo, una fogna direi (ride, ndr).

 

AC: E, insieme al tuo allenatore, che cosa avete detto che serve migliorare per uscire dal limbo? Qualche aspetto del tuo gioco in particolare?
DS: No, più che altro vogliamo fare tante partite e giocarcele tutte per acquisire continuità. Certo, quest’anno ci siamo riusciti, però si è giocato poco.

 

AC: Dunque: è importante giocare di più. Aggiungiamoci pure contro quelle forti. Ma se guardiamo il calendario dei tornei in Italia, nel femminile c’è veramente poco. Non ti senti lasciata indietro rispetto agli uomini?
DS: Nel femminile non c’è proprio niente. E, sinceramente, noi ragazze dopo Grado ci siamo sentite parecchio e ci chiedevamo proprio questo: “ma perché tutta questa differenza fra uomini e donne?”. C’è stata una quantità di Challenger in Italia clamorosa, assurda. Ma nel femminile zero. Francamente, si sono scordati di noi. Sembrava che il virus colpisse solo le donne.

AC: Poi, con tutti i ragazzi forti che ci sono in Italia, piuttosto che fare un altro ATP (il nuvo 250 in Sardegna, ndr) magari conveniva pensare a un WTA per dare una mano alla crescita del movimento femminile…
DS: Torniamo sempre lì: più uno gioca, più migliora, più fa passi avanti in classifica. Noi italiane quest’anno non avevamo come andare avanti. A parte Martina Trevisan a Roland Garros, anche quelle forti non entravano da nessuna parte. Non c’erano tornei…

 

AC: E voi giocatrici non avete un interlocutore alla FIT a cui rivolgere queste lamentele?
DS: Purtroppo no.

 

AC: L’ultima e ti lascio andare. Su Instagram spesso citi Nadal. Come mai?
DS: Forse ce ne sono di più forti, ma per la sua grinta e per tutto quello che fa ogni giorno è un esempio, non solo come tennista.

 

AC: Quindi fra mamma e papà, fra Nadal e Federer, tu dici Nadal?
DS: In realtà non ho mai saputo scegliere fra il grinta di Nadal e l’eleganza di Federer. Io faccio pure il rovescio a una mano… Però Nadal fa paura.

 

Fonte: TennisSicilia.it

Intervista: Antonio Cefalù

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