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Porto turistico: “Le cabine diventate case vanno abbattute”

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Porto turistico: “Le cabine diventate case vanno abbattute”

Porticciolo turistico abusivo, dopo la sentenza ecco l’ordine del Comune: “Le cabine vanno abbattute”. Nove mesi dopo il verdetto che ha condannato il costruttore, l’ente intima alla società e ai proprietari di ripristinare l’area“

 

Le “cabine marittime” – in realtà vere e proprie casupole – realizzate, secondo quanto ha accertato il processo, almeno in primo grado, in maniera abusiva e su un’area di proprietà del demanio, senza autorizzazione, vanno demolite. Lo ha disposto il Comune di Licata, a distanza di nove mesi dalla sentenza del processo, emessa dal giudice Giuseppe Miceli, che ha condannato, a 3 mesi di arresto e 10 mila euro di ammenda, il solo costruttore Luigi Francesco Geraci, 76 anni, imprenditore di Sommatino, titolare della società “Iniziative immobiliari”.

Il giudice ha disposto pure la demolizione come condizione per la sospensione della pena. Nel frattempo, però, si sono mossi gli uffici del Comune in maniera autonoma e hanno emesso diverse ordinanze di demolizione e riduzione in pristino alla società di Geraci e ai proprietari delle aree su cui sono state costruire le cabine. In primo grado era stata esclusa l’accusa di abuso di ufficio relativa ai presunti brogli che sarebbero stati commessi per evitare a Geraci il pagamento degli oneri concessori che sono stati quantificati in 7 milioni di euro.

La Procura, però, insiste e il pubblico ministero Alessandra Russo ha impugnato questa parte della sentenza che sarà, quindi, ridiscussa in appello. Sotto accusa, per questi fatti, anche tre dirigenti del Comune di Licata: Andrea Occhipinti, 52 anni, a capo del dipartimento finanziario; Giuseppa Maria Pia Amato, 62 anni, responsabile del Suap (Sportello attività produttive) e lo stesso Vincenzo Ortega, 60 anni, dirigente del dipartimento Urbanistica.

Nel frattempo il Comune ha intimato alla società e ai proprietari di oltre una decine di manufatti, di provvedere alla demolizione. L’inchiesta prende le mosse dai numerosi esposti presentati negli anni scorsi dall’associazione “A testa alta”, presieduta dall’avvocato Antonino Catania, che si è pure costituita parte civile.

 

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